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Apriamo questa nuova pagina per ospitare contributi e avviare un confronto su tematiche di attualità che interessano il servizio sociale.
Il primo contributo è pervenuto del circolo "Oltre il giardino" e si intitola:
Quale via di uscita alla crisi del welfare
Il Circolo Oltre il Giardino propone ai Responsabili di partiti, sindacati, amministrazioni pubbliche, organizzazioni sociali e professionali un confronto sulla situazione drammatica che i servizi alla persona stanno vivendo per effetto dei tagli alla spesa decisi dal Governo.
Riassumiamo brevemente le questioni su cui chiediamo il confronto:
1. la scelta del Governo mette, come è stato detto, la pistola in mano a Regioni e Comuni per “uccidere” i servizi pubblici Ci sono due modi per completare a livello locale l'opera del Governo. Il primo, diretto, è quello di sfrondare ancora di più l'albero già esile dei servizi, riducendo prestazioni, ore di lavoro, numero di persone servite, qualità dell'intervento: un welfare ancora più residuale. Ma quando i beneficiari sono troppo lontani per numero e situazioni dalla media condizione di vita, chi paga (ancora) le tasse non ne ha più nessun vantaggio, e si ribella, più culturalmente che nei fatti ma dando consenso alle sirene della destra e alle loro ricette.
Il secondo, che diventa la conseguenza del primo, è quello auspicato dal “libro bianco” di Sacconi sulla scorta del così detto modello lombardo: largo all'impresa, meglio se sociale, ai cittadini la “libertà” di scegliere le prestazioni, magari con l'aiuto dei voucher e degli assistenti sociali per i meno abbienti e gli sprovveduti. Volontari laici e religiosi in prima linea, comuni sussidiari a regolare e garantire il “quasi mercato”.
2. Perché no? Così si mantengono i servizi, chi può pagarseli lo fa e chi non può viene aiutato, c'è libertà di scelta e di impresa, spazio per il volontariato, meno burocrazia e più motivazione....la vera e giusta riforma proprio grazie alla crisi.
Peccato che non funzioni.
O meglio, che non sia più nell'alveo della nostra Costituzione e che non garantisca a tutti la qualità dei servizi.
3. La nostra Costituzione affida ad ognuno il compito di perseguire i valori di libertà uguaglianza ( giustizia) solidarietà ( fraternità) per consentire pari opportunità e crescita personale e comunitaria , ma sopratutto con leggi e risorse ( tassazione progressiva) alle amministrazioni pubbliche.
E’ questo il lascito più moderno dello sviluppo democratico ed economico del nostro paese e del mondo occidentale, la “moralità del welfare” come dice il titolo di un bel libro di Laura Pennacchi.
Le amministrazioni pubbliche hanno direttamente la missione di agire sulle disuguaglianze , sulla mancanza di potere, sulla carenza di risorse, e quando hanno potuto farlo ne hanno mostrato la possibilità e i risultati. Le ricchezze sociali possono essere usate in modo esplicito e finalizzato alla realizzazione dei valori costituzionali solo da una forte consapevole regia pubblica. Il mercato può e deve essere sussidiario a questa finalità e non , come vorrebbe la destra ( e non solo) attore principale.
Quindi i servizi pubblici sono un presidio costituzionale insostituibile e per chi sostiene la Costituzione irrinunciabile.
4. La qualità dei servizi non può essere garantita né solo dal volontariato né dalla logica del mercato. Gli anni buoni della creazione dei servizi sociali in Italia hanno mostrato che le risorse preziose del volontariato e della cooperazione crescono solo accanto a robuste spine dorsali di servizi pubblici. Ciò è intuitivo per l'attività volontaria che non ha obbligo di andare oltre la scelta gratuita della persona o della associazione. Ma anche l'impresa, costretta a fare profitto anche quando è sociale deve scegliere le attività e i clienti più vantaggiosi e quindi potrà ad es. offrire servizi di ottima qualità ma solo al segmento adatto e non in modo continuato. E come tutte le imprese in tempi di crisi taglierà le attività meno convenienti. Pena il bilancio in rosso o la chiusura. Questo è precisamente quello che hanno prodotto sistemi basati sul mercato in altri paese e nella stessa Lombardia. Solo servizi che non siano costretti alla logica economica della vendita della prestazione possono – se vogliono- garantire la qualità a tutti gli utenti per tutto il periodo in cui è necessario il servizio.
5. Presidiare i servizi alla persona nella logica della Costituzione e della qualità è solo una spesa?
Correnti importanti del pensiero economico ed anche esperienze significative del Nord Europa mostrano come i sistemi pubblici di servizi siano fattori decisivi per la salute dell'economia e della democrazia. Non è vero che le disuguaglianze stimolino la crescita economica, come predica il pensiero liberista, non è vero che la povertà spinga ad aumentare il lavoro e il risparmio. Soprattutto non è vero che la pulsione all'egoismo e alla concorrenza produca benessere per tutti e sostenibilità. Con quello che succede nel mondo solo gli stupidi o i privilegiati possono continuare a sostenerlo.
Solo sistemi pubblici e universalistici sono garanzia di sviluppo equo e sostenibile.
6. I servizi sociali sono un “lusso” solo per gli “ultimi”?
Le esperienze di tutti noi mostrano come – accanto a situazioni estreme che riguardano minoranze- vi siano necessità generali che toccano la prima e la terza età, l'invalidità temporanea o duratura, fasce consistenti di immigrati o problemi attorno ai tempi e ai modi dei sistemi educativo o sanitario e questi bisogni si intrecciano con gli altri problemi della vita di tutti; il lavoro, gli affetti, la casa... i servizi hanno per la tenuta del sistema- paese la stessa importanza dei sistemi stradali o della distribuzione energetica ,che nessuno definisce “ spesa”.
Non possiamo continuare a svalutare il lavoro di cura o di, come si diceva una volta, riproduzione della forza lavoro o del capitale sociale, come se fossimo ancora nella società patriarcale. In realtà è la qualità del lavoro di cura e non la tecnologia a definire il grado di civiltà di un popolo. Senza pensare all'esercito di lavoratrici e lavoratori che questo settore utilizza, al risparmio di lavoro domestico che esso consente, alla produzione scientifica e culturale che esso richiede e sviluppa. Le reti di servizio sono l'infrastruttura sociale regolatrice della nostra convivenza, senza di esse c'è la guerra di tutti contro tutti, il ritorno a rapporti di mera sopravvivenza, dove ovviamente vincono i più forti, furbi, disonesti.
7. E' meglio spendere per prevenire o per reprimere?
Solo i servizi pubblici possono dedicare risorse ad attività non direttamente produttive come la prevenzione, l'aggregazione, l'animazione culturale, la comunicazione e affrontare nella logica della relazione di aiuto i problemi esplosivi della marginalità. L'azione della forza pubblica, della magistratura, le carceri sono interventi molto molto costosi. Una volta l'assistenza era valutata per i suoi effetti sull'ordine pubblico ( ed era regolata dal Ministero degli Interni). Siamo davvero andati avanti?
8. I tagli alla spesa pubblica significano perdita di occupazione e di imprese sia direttamente che nell'indotto di sistemi dei servizi, estrema precarizzazione del lavoro sociale, difficoltà per gli operatori pubblici a utilizzare reti esterne asfittiche e paralizzate. Di fatto il Terzo Settore trova qui la sua Pomigliano d'Arco, ma in peggio poiché il ricatto sui tempi, qualità, diritti si scarica direttamente sui cittadini serviti. Il lavoro sociale è infatti intrinsecamente relazionale, non riducibile a sole prestazioni e non produce oggetti di cui si possa modificare in più o in meno numero e grandezza. Ciò che produce sono relazioni, affetti: al peggio dipendenza, ma al meglio solidarietà, educazione, attenuazione di mancanze e di sofferenze, attivazione di risorse personali e sociali. Esso produce legami sociali: tra le persone tra i servizi,tra le amministrazioni, tra istituzioni e società civile secondo il nuovo principio costituzionale di sussidiarietà. Ciò che si perde non è quantità, ma qualità di vita sociale, e con essa una delle poche spinte a costruire una società migliore, più libera, uguale, fraterna, più ricca di significato, più orientata all'essere che all'avere.
SE NON ORA QUANDO?
La nostra proposta dunque è quella non di tagliare ma di fare fronte comune per resistere oggi ma soprattutto per continuare a sperare e ad agire per un futuro migliore, più costituzionale!
Proponiamo di mettere la nostra (modestissima ) voce a servizio della definizione di un patto di cittadinanza che agisca in tempi serrati e unisca tutte le componenti interessate lungo le seguenti linee di azione:
A. campagna di opinione e comunicazione sul significato culturale e sociale dei sistemi di servizi pubblici
B. messa a sistema dell'insieme delle risorse pubbliche e private utilizzabili, e scelta condivisa delle priorità e delle regole d'uso
C. definizione di un sistema organizzativo razionale ed integrato di servizi
D. definizione di standard di qualità e di valutazione dei servizi e di patti chiari e trasparenti di collaborazione con il Terzo Settore
E. definizione di percorsi di co-progettazione sotto la regia pubblica di reti di servizi aperte
F. definizione di percorsi di partecipazione delle istanze del territorio e della società civile alla progettazione ed al controllo della rete dei servizi ( ripresa del tema dell'autority dei servizi sociali)
G. definizione di vincoli di tutela dei diritti degli operatori e degli utenti.
Ci rendiamo conto sia della natura quasi utopica delle nostre proposte sia delle difficoltà che le hanno rese pochissimo praticate fino ad oggi. Non siamo nati ieri. Però mai come adesso è stato necessario fare le cose di cui da anni e in tempi meno agitati si parla e su cui si è anche avuto consenso.
Crediamo che questo sia l'unico modo – difficilissimo ma possibile- per affrontare insieme emergenza e progettazione, disperazione e speranza.
Le altre risposte sono quelle di premere il grilletto, e di cominciare, anzi ,di continuare a ridurre, imboccando una china di guerra tra i poveri, tra lavoratori, tra organizzazioni, di sfiducia, di diffidenza e paura, di frantumazione delle reti dalla quale è arduo sperare, anche in tempi migliori di poter risalire in tempi storici.
La vittoria dell'avversario per mano nostra.
Genova luglio 2010
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